Microcosmi, valori da trattenere e rischio di marginalizzazioni

di Fabio Tamburini,

L’Italia, si sa, è ben conosciuta per essere il Paese dei mille campanili. E continua a essere così, perché è una caratteristica scolpita nel suo dna e soprattutto nel dna degli italiani.

È certamente un punto di forza in quanto garantisce una miscela positiva di comportamenti, tendenze, capacità.

Ma è anche un punto di debolezza perché significa frammentazione e divisioni, spesso laceranti. Di sicuro riduce la portata di una identità nazionale che sarebbe preziosa per contribuire con maggior peso alle scelte di una Europa vaso di coccio nella grande sfida tra Stati Uniti e Cina.

La scelta più virtuosa è trovare denominatori comuni, dare la spinta necessaria a una visione unitaria del Paese. Unica possibilità per una Italia in grado di farsi rispettare e portatrice di saggezza in un mondo che ha perso la bussola, messo sottosopra da 60 guerre, di cui una in Europa (l’Ucraina) e l’altra a un tiro di schioppo (in Palestina). Questo passa per la crescita, prima di tutto economica, del Mezzogiorno. Ma anche per il contrasto alla desertificazione di larga parte dei territori, tendenza comune all’intero Paese.

L’ultimo libro di Aldo Bonomi, sociologo che può mettersi la medaglietta di antesignano dell’analisi dei microcosmi che compongono l’Italia, è un contributo importante per capire quanto sta accadendo, passaggio preliminare indispensabile per intervenire in modo adeguato prima chesia troppo tardi. Il rischio è evidente: la dispersione di un patrimonio di risorse umane e beni economici sedimentato nei secoli e che è un errore grave non salvaguardare.

È l’Italia dei piccoli comuni in via di abbandono, e non è una decrescita felice. Per la verità c’è un aspetto positivo: la crescita dei terreni che diventano boschi e perfino foreste. Ma per il resto il problema è sempre più grave e non va sottovalutato. Il Bel Paese è tale per la ricchezza dei contenuti, per la bellezza dei territori, per la qualità della vita. La tendenza di segno opposto, quella che sta dilagando, come documenta il libro di Bonomi, è la desertificazione di larga parte dei territori marginali, un problema vero e che non va sottovalutato.

La risposta a cui lavorare, possibilmente in tempi brevi, è come ridare logiche di sviluppo economico e sociale ad aree sempre più marginalizzate. In alcuni casi ci sono esperienze significative, di cui si può immaginare una replica. Sono
la declinazione virtuosa dei distretti, che uniscono le forze in funzione di un’attività produttiva di successo sul territorio, che finisce per caratterizzarlo. Il valore a cui fare riferimento
è la coesione, che genera obiettivi comuni e nuove
spinte al rilancio e alla crescita.

È una Italia tutta da immaginare e costruire, ma che potrebbe risultare una carta vincente vera, decisiva per il Paese. Certo ne trarrebbero giovamento le aree spopolate o in via di spopolamento. Ma non solo. Non può esserci un futuro positivo perfino nelle aree più forti, come per esempio
la Lombardia, se manca la capacità di lavorare a nuove prospettive e a nuovi orizzonti. Nel nome della salvaguardia di valori relazionali di base e della ricchezza di terre che è un peccato lasciare al loro destino.

I principali percorsi di Aaster.

Sul confine del margine tra flussi e luoghi.

Il gruppo di lavoro Aaster continua a raccontare la metamorfosi dei territori attraverso sette percorsi che intrecciano flussi globali e forme di vita localizzate.

  1. Le migrazioni sono lette come dispositivi di “riconoscere e riconoscersi”, che ridefiniscono appartenenze, lavoro e welfare in chiave di inclusione/esclusione.
  2. Le Missioni di sviluppo hanno contribuito a costruire visioni condivise e scenari del “non ancora” per attori locali mobilitati in percorsi coalizionali.
  3. I patti territoriali si innestano nella lunga stagione dello sviluppo locale come tentativo di autogoverno dello sviluppo in forma coalizione.
  4. Il capitalismo molecolare, i distretti produttivi e il passaggio alle piattaforme territoriali si concentrano sulla riconfigurazione dei sistemi produttivi tra radicamento e reti globali.
  5. Il sociale viene tematizzato come “terzo racconto” e forme della communitas, tra Stato e mercato, valorizzando mutualismo, welfare di comunità ed economie di prossimità.
  6. Nel filone banche e territori, i comitati territoriali divengono infrastrutture relazionali per il riposizionamento dei big players finanziari dentro traiettorie di sviluppo locale.
  7. Infine, reti, utilities, logistica e grandi imprese di servizio sono letti come infrastrutture territoriali, decisive per integrare flussi deterritorializzati e governance dei luoghi.