Sfida tra «capitalismo desnudo» di Davos e resistenze sociali locali

È stata la settimana di Davos. Quella del “capitalismo desnudo” che si mostra al
mondo con le sue retoriche e contraddizioni. Meriterebbero un racconto alla
Thomas Mann di ciò che avviene oggi in quel borgo di Montagna
incantata/disincantata, dove nel suo grande romanzo d’epoca si confrontavano in
duello il conservatore Naphta e l’innovatore Settembrini. Giganti di una epoca
che sfumano nel disincanto di una società dello spettacolo e dell’indistinto dove
mi riesce sempre più difficile collocare chi conserva e chi innova. Visto che non
indigna più nemmeno il prendere atto della valanga dei numeri di quelli che
hanno sempre di più che travolgono quelli che hanno sempre di meno. Così mi
ritrovo ad aspettare Godot leggendo e rileggendo il tomo di Alessandro Aresu Le
potenze del capitalismo politico e la domenica seguendo in TV In mezz’ora della
Maggioni che mi scompone e ricompone lo spettacolo turbolento del globale in
informazioni per cercare di capire. La mia cassetta degli attrezzi è inadeguata.
Microcosmi di territorio da percorrere e attraversare raccontando imprese,
quando va bene distretti che ce l’hanno fatta e quel capitalismo intermedio a reti
lunghe che come me ha perso la bussola anche guardando a Davos. Se poi ti
inoltri nel sociale sommerso delle vite minuscole travolte dalla valanga delle
differenze trovi rancore, paure, rabbia ed anche tracce di un racconto che non
guarda a Davos per darsi speranza, ma a reti di prossimità per rimettere in mezzo
la società tra economia e politica altre dal capitalismo desnudo. Ti ritrovi
seguendo le imprese a guardare oltre le mura per capire come si vive, si abita e si
lavora nelle piattaforme territoriali e nelle città dove fa condensa e problema
quella economia minuta di cui non si discute a Davos: abitare, curarsi, formarsi,
mobilità, socialità… che rimandano alle forme di convivenza ed alla cittadinanza.
La scienza triste della macroeconomia in scena a Davos ne ha fatto mercato in
quella logica da utilità marginale per cui un bene vale meno quando è
socialmente disponibile ed utilizzabile, ma vale di più quando si fa margine nella
scarsità. Da qui il farsi mercato e mettere al lavoro per competere la riproduzione
della vita quotidiana che ha nelle città e nelle piattaforme territoriali le nuove
fabbriche dei desideri che disegnano “Le mappe del futuro ordine mondiale”
scriveva Parag Khanna. Se poi ci aggiungi terre rare, crisi climatica e intelligenza
artificiale mi appare chiara la mappa del disordine in cui mi sono perso a Davos.
Aiuta oltre che interrogarsi sul destino del capitalismo politico, il farsi aiutare da
altri economisti che nelle grandi trasformazioni, nel salto d’epoca del capitalismo
desnudo hanno posto il tema del “residuo irrisolto” che rimanda al riconoscere e
riconoscersi nel sociale sommerso dalla valanga delle differenze. Qui ritrovo
senso da microcosmi nel raccontare resistenze, EXIT, e nuovi conflitti, VOICE,
come ci ha insegnato Hirschman piegando il legno storto dell’economia verso la
società. Vota con i piedi sul territorio la moltitudine migrante in esodo da crisi
climatiche e guerre in quella “diaspora da disperazione” che attraversa il mondo.
Fanno esodo i ritornanti dicendo “via dalla città” cercando l’eterotopia del vivere
lento, tanti altri cercano nella crisi dei ceti medi espulsi per costi della casa e dei
servizi “città contenitore”. Nella crisi di senso del lavoro chi riesce cerca di fare
esodo lasciando basiti i capi del personale che non riescono a capire nemmeno
l’altra fiumana in cammino verso le città cercando opportunità. Piattaforme
territoriali e città divengono snodi dei conflitti quando l’esodo si fa voce per la
moltitudine migrante, per la casa, per la salute e la medicina di territorio, per i
costi della mobilità, per un lavoro che tenga assieme senso e reddito… Per capire
serve mettersi sul margine delle porte girevoli del territorio, delle scuole
dell’abbandono e delle università. Molti ci sbattono contro. Ed allora si cerca
LOYALTY, lealtà nel riconoscersi e mettersi in comune per cambiare e contare.
Appare una fiumana che rincorriamo denominandola volontariato, terzo settore,
associazioni culturali festival, ecc…. tutta da raccontare nel suo scomporsi e
ricomporsi alla ricerca di luoghi di ricerca e sperimentazione dove incontrarsi per
socializzare interessi e passioni non capite dalle ossidate rappresentanze e dalla
politica. Territori e città rimbombano di una babele di voci desideranti altre da
quelle sistematizzate nei data center alla ricerca di un capitale semantico del
pertugio per attraversare. Hirschman ben lo descrive nella sequenza “Lealtà
defezione e protesta”. Libro utile da consigliare ai sorvolatori del mondo riuniti a
Davos.
bonomi@aaster.it

I principali percorsi di Aaster.

Sul confine del margine tra flussi e luoghi.

Il gruppo di lavoro Aaster continua a raccontare la metamorfosi dei territori attraverso sette percorsi che intrecciano flussi globali e forme di vita localizzate.

  1. Le migrazioni sono lette come dispositivi di “riconoscere e riconoscersi”, che ridefiniscono appartenenze, lavoro e welfare in chiave di inclusione/esclusione.
  2. Le Missioni di sviluppo hanno contribuito a costruire visioni condivise e scenari del “non ancora” per attori locali mobilitati in percorsi coalizionali.
  3. I patti territoriali si innestano nella lunga stagione dello sviluppo locale come tentativo di autogoverno dello sviluppo in forma coalizione.
  4. Il capitalismo molecolare, i distretti produttivi e il passaggio alle piattaforme territoriali si concentrano sulla riconfigurazione dei sistemi produttivi tra radicamento e reti globali.
  5. Il sociale viene tematizzato come “terzo racconto” e forme della communitas, tra Stato e mercato, valorizzando mutualismo, welfare di comunità ed economie di prossimità.
  6. Nel filone banche e territori, i comitati territoriali divengono infrastrutture relazionali per il riposizionamento dei big players finanziari dentro traiettorie di sviluppo locale.
  7. Infine, reti, utilities, logistica e grandi imprese di servizio sono letti come infrastrutture territoriali, decisive per integrare flussi deterritorializzati e governance dei luoghi.