De Rita e i 70 anni del Censis per capire la nostra società

De Rita e i 70 anni del Censis per capire la nostra società
Aldo Bonomi – Microcosmi 24.2.2026

Si dispiega con una fenomenologia minuta il racconto di 70 anni di società
italiana accompagnati da De Rita e il suo Censis. “Canone deritiano (1955-
2025)”: mai storia dell’attore dominante che stava in alto, più che programmare
accompagnare, perché lui ci ricorda che «si governa accompagnando più che
comandando». Sempre in empatia con le persone che stanno in mezzo e con
fedeltà al soggetto nella società come ente storico. Dandosi una identità dentro il
mercato, spazio e sfida delle relazioni. “Le intimità dei nessi” scriveva allora
Becattini teorico dei distretti con De Rita e il suo racconto con “devozione” alla
persona e “fedeltà” al soggetto. Si intravede un terzo racconto scadenzato dagli
annuali rapporti sociali Censis segnati dai trattini: all’attore fordista – il
capitalismo molecolare, allo stato soggetto – lo stato funzione, alle classi –
l’invaso dei ceti medi, all’autonomia del politico -l’autonomia del sociale, alla
potenza dei mezzi – la potenza dei processi, al palazzo d’inverno – Bevagna non
va alla guerra…. Ne emergono 70 anni di lunga deriva da scomporre e
ricomporre. Quello ascendente dal boom economico allo sboom proliferante dal
sommerso ai distretti, dei ceti medi della famiglia Spa e il mondialiggiare dei
distretti nella globalizzazione suadente. Quello discendente del quando l’invaso
dei ceti medi si fa palude e chi può sale sulle palafitte della rendita e tanti fanno
galleggiamento d’adattamento nel declinare verso la rottura del trattino tra élite e
popolo sino al rancore ed ai populismi. Si arriva così a lambire il “non ancora”
che guarda a geopolitica, geoeconomia, dazi che volano, autocrazie, imperi,
guerre e globalizzazione a pezzi. Un lungo attraversare dalla economia delle
nazioni, alla globalizzazione suadente e dirompente sino al ciclo del capitalismo
politico che viene avanti. Che ci vede nell’ultimo rapporto sull’orlo “dell’hotel
dell’abisso” (Valerii). Tracce per un grande romanzo di formazione. Nei miei
microcosmi mi ci sono spesso inciampato. Avendo nel territorio il sincretismo
dell’incontro. Seguendo la fabbrica diffusa passando per il sommerso arrivando a
distretti, filiere e piattaforme, non come sacerdoti dei distretti, ma con il
raccontare autocoscienza ed autodominio del territorio. Facendo conoscenza e
animazione della coscienza dei luoghi da cui nascono i Patti Territoriali promossi
dal Cnel di De Rita. Era venuto meno il grande attore dell’intervento
straordinario nel Mezzogiorno. Da qui l’intuizione di applicare il metodo della
animazione e ricerca tiepida sui territori per accompagnare un vitalismo
economico dal basso promosso dalla società di mezzo e dalle rappresentanze.
Pensando più che a distretti economici a distretti sociali di progettazione e
domanda da canalizzare verso i fondi europei per lo sviluppo locale. Rimase
irrisolta la questione del trattino tra domanda sociale e ruolo programmatorio
della politica, poi affidata alle Regioni. Di quella stagione rimane traccia nel
mobilitarsi di un capitale sociale necessario e propedeutico per lo sviluppo dei
territori. Tempi di fibrillazione territoriale anche a Nord con l’insorgere della
“questione settentrionale”, il territorio volava nel cielo della politica e con
sindacalismo di territorio produceva crisi della politica e crisi delle
rappresentanze. Lì erano leggibili le metamorfosi sociali dal fordismo al
posfordismo, dal locale al globale, dal territorio da spazio da percorrere a spazio
di perimetrazione e rinserramento. Ci si chiedeva con Cacciari «Che fine ha fatto
la borghesia?». Borghesia e classe inflazionate nell’uso, quanto inadeguate nel
loro essere la prima, la borghesia, volata nei flussi ben oltre il monito weberiano
“la proprietà obbliga” ed immersa nell’invaso borghesizzante senza borghesia. La
seconda, la classe, da scomporre e ricomporre nel «Trionfo della moltitudine».
Salto d’epoca nei flussi del sistema mondo e in basso persone e soggetti della
diaspora delle migrazioni. Colta nel suo divenire da De Rita animando la prima
ed ultima conferenza nazionale sulla immigrazione. Ultimo ma non l’ultimo
capitolo del libro di storia. Guardando a Minneapolis in alto ed al divenire sociale
in basso non troviamo persone o soggetti. Solo stracci che volano per alimentare
le nostre paure del quotidiano. Forse, sarebbe necessario un canone De Rita di
ricerca tiepida mettendo in mezzo trattini e giunture in quel sociale sommerso
dove riconoscere e riconoscersi nella società che viene. De Rita ha ormai ben
passato i 90 anni. Grazie. Credo tocchi a Valerii che ama citare miti e riti,
caricarsi Anchise sulle spalle per andare come Enea verso l’altrove.

Per approfondire i contenuti si rimanda alle pubblicazioni: Manifesto per lo sviluppo locale (1996); Che fine ha fatto la borghesia (2004); Il Rancore (2008); Dialogo sull’Italia (2014).

I principali percorsi di Aaster.

Sul confine del margine tra flussi e luoghi.

Il gruppo di lavoro Aaster continua a raccontare la metamorfosi dei territori attraverso sette percorsi che intrecciano flussi globali e forme di vita localizzate.

  1. Le migrazioni sono lette come dispositivi di “riconoscere e riconoscersi”, che ridefiniscono appartenenze, lavoro e welfare in chiave di inclusione/esclusione.
  2. Le Missioni di sviluppo hanno contribuito a costruire visioni condivise e scenari del “non ancora” per attori locali mobilitati in percorsi coalizionali.
  3. I patti territoriali si innestano nella lunga stagione dello sviluppo locale come tentativo di autogoverno dello sviluppo in forma coalizione.
  4. Il capitalismo molecolare, i distretti produttivi e il passaggio alle piattaforme territoriali si concentrano sulla riconfigurazione dei sistemi produttivi tra radicamento e reti globali.
  5. Il sociale viene tematizzato come “terzo racconto” e forme della communitas, tra Stato e mercato, valorizzando mutualismo, welfare di comunità ed economie di prossimità.
  6. Nel filone banche e territori, i comitati territoriali divengono infrastrutture relazionali per il riposizionamento dei big players finanziari dentro traiettorie di sviluppo locale.
  7. Infine, reti, utilities, logistica e grandi imprese di servizio sono letti come infrastrutture territoriali, decisive per integrare flussi deterritorializzati e governance dei luoghi.